“L’amore è tutto” dice S. Teresa di Gesù Bambino riflettendo sull’inno alla carità di S. Paolo.
E del’amore il Papa Benedetto XVI ha scritto nella sua prima Enciclica “Dio è amore”.
Ecco un brano molto significativo circa il vero amore verso il prossimo, espressione e misura del vero amore per Dio.

Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù.
Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco.
Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento.
Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico.
Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno.
Qui si mostra l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza.
Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina.
Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente “pio” e compiere i miei “doveri religiosi”, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio.
Allora questo rapporto è soltanto “corretto”, ma senza amore.
Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio.
Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama.
I Santi – pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta – hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri.
Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento.
Entrambi però vivono dell’amore proveniente di Dio che ci ha amati per primo.


Così non si tratta più di un “comandamento” dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri.
L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è “divino” perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).
Benedetto XVI

Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù.

Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.


Benedetto XVI

A questo punto madre Teresa si trasferì nel nuovo monastero di San Giuseppe, sempre ad Avila. Qui, ricoprendo l’incarico di Priora, cominciò a condividere la vita religiosa delle sue consorelle che volle andassero scalze. Con ciò intendeva uniformarsi agli ordini religiosi che per spirito di povertà lasciavano le calzature cittadine, segno di agiatezza, comodità, conforto, per calzare dei semplici sandali che lasciavano i piedi nudi.
La riforma che Teresa teneva a cuore comportava l’osservanza della regola primitiva del Carmelo con l’aggiunta di nuove austerità come la povertà assoluta e la lunga orazione, i digiuni, l’astinenza dalle carni e una lunga quaresima da settembre a Pasqua; più altre penitenze lasciate alla libera iniziativa delle stesse consorelle. All’ufficiatura del coro fece seguire due ore di meditazione giornaliera e un’ora di lettura spirituale: perché questo nutrimento era necessario per l’anima quanto lo era il cibo per il corpo. Ne suggeriva persino il metodo: leggere, sì, ma adagio, a piccoli tratti, fermandosi a ogni pensiero per succhiarvi tutto ciò che poteva giovare.
Con questo radicale rinnovamento della vita claustrale si proponeva non solo di ricondurre le vocazioni ad una più alta perfezione religiosa, quanto anche di contrastare le insidie dei movimenti ereticali che serpeggiavano un po’ dappertutto in Europa e infiammavano la protesta contro il clero cattolico accusato di soverchia mondanità.

Da parte loro, le angeliche consorelle si sottoponevano di buon grado al duro regime delle nuove regole votandosi con gioia ad una perpetua clausura, consumando la vita nella preghiera, nel silenzio, nella mortificazione, mantenendo un atteggiamento di permanente raccoglimento e totale distacco dalle cose del mondo.
Un giorno al piccolo convento di San Giuseppe si fermò il Generale dell’Ordine Carmelitano che stava visitando i conventi e i monasteri di Spagna. Egli restò colpito dalla santità della vita che si conduceva nel monastero di madre Teresa, gioì nel trovarvi applicata la regola primitiva, e si augurò che quell’inizio di riforma si estendesse sempre di più; ne rimase così bendisposto che, salutando la madre, la incoraggiò a ripetere l’esperimento fondando altri monasteri, molti altri, ”tanti per quanti capelli aveva in testa”.

Era quello che madre Teresa voleva sentirsi dire. Dopo qualche tempo infatti, ritemprate le forze, si mosse determinata a fondare nuovi carmeli, estendendo lo spirito della riforma anche agli uomini.
Partì dunque un bel giorno da Avila in compagnia di sei consorelle e del padre Giuliano, un pio sacerdote che l’assisteva nei viaggi e che con Teresa avrebbe diviso le molte traversie della riforma. Puntarono su Medina del Campo, dove superando ostacoli e difficoltà d’ogni genere, fondarono un nuovo monastero.
Qui Teresa ebbe anche modo di conoscere e ammirare la santità di fra’ Giovanni della Croce, un giovane carmelitano di grande spiritualità, che sarà canonizzato da Benedetto XIII e nel 1926 sarà dichiarato dottore della Chiesa. Da lui sarà aiutata per la fondazione di altri carmeli destinati ad accogliere uomini, anch’essi carmelitani scalzi.

Insomma, nel giro di pochi anni madre Teresa avrà la sorte di vedere sorgere e prosperare trentadue case: quattordici destinate ai frati e diciotto alle monache. Quando fu avviata l’ultima casa, quella di Lisbona (1582), la madre aveva 67 anni. Era stanca, sofferente, e sentiva venire meno le forze residue. Ma quando suonerà la sua ora, non si farà trovare impreparata: resterà imperturbabile nella sua fierezza di nobildonna castigliana, con l’intima persuasione di aver operato alla maggior gloria di Dio.
Muore ad Alba de Tormes il 4 ottobre 1582 all’età di sessantasette anni.
Spirò tra le braccia della beata Anna di San Bartolomeo, sua fedelissima e indivisibile compagna, la quale così ricorda quel momento: “Era così accesa di amore che pareva non vedesse l’ora di uscire dal corpo per andare al suo Sposo. Il Signore, vedendo la mia poca pazienza nel sopportare tanto dolore, si dette a vedere ai piedi del letto. Era circonfuso di maestà, e veniva in compagnia dei beati a prendere l’anima della sua serva…. Quando placidamente madre Teresa spirò si vide una colomba uscire da lei e prendere il volo verso il cielo. Un albero inaridito che cresceva sotto la finestra della cella si rinverdì all’istante coprendosi di fiori, mentre una luce straordinaria, che si era fatta vedere sin dalle sere precedenti, apparve nella notte sopra il tetto del monastero.”
Dario Amodio
Brindisi, Jaddico, febbraio 2010

San Giovanni della Croce

Perché pregare?
La risposta è semplice: per vivere. Si. Per vivere veramente, bisogna pregare. Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. E’ solitudine vuota, è prigione e tristezza.
Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato0 dall’amore.
Come la pianta non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore.
Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempr4e di nuovo. Perciò, chi prega vive veramente, nel tempo e per l’eternità.
Come pregare?
Molti pensano di non saper pregare. Molti domandano come pregare.
Anche in questo caso la risposta è immediata: bisogna dare un po’ del proprio tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che glielo si dia fedelmente.
E’ necessario fissare un tempo da dare ogni giorno al Signore, e donarglielo con fedeltà, quando ce la sentiamo e anche quando non ce la sentiamo.
Bisogna cercare un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia), o entrare in una chiesa e fermarsi davanti al tabernacolo, dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucaristia.
Basta raccogliersi in silenzio e invocare lo Spirito Santo, perché sia lui a gridare in noi: «Abbà, Padre! ».
Portiamo a Dio il nostro cuore, anche se è in tumulto. Non dobbiamo aver paura di dirgli tutto, non solo le difficoltà e il dolore, il peccato e l’incredulità, ma anche la gioia e la speranza, e persino la ribellione e la protesta, se abitano


dentro di noi.
Tutto va posto nelle mani di Dio, lodandolo e ringraziandolo per i suoi doni. Bisogna ascoltare il suo silenzio, senza pretendere di trovare subito risposte.
E’ necessario perseverare, senza pretendere di afferrare Dio, ma lasciandolo penetrare nella nostra vita e nel nostro cuore, toccandoci l’anima. Bisogna ascoltare la sua Parola, aprendo la Bibbia, meditandola con amore, lasciando che Gesù parli al cuore.
Nei Salmi troveremo espresso tutto ciò che vorremmo dire a Dio; ascoltando gli apostoli e i profeti impareremo ad amare la storia del popolo eletto e della Chiesa nascente e faremo esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio.
Dopo aver ascoltato la Parola di Dio, dovremo camminare ancora a lungo sui sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirci a Cristo, Parola eterna del Padre.
Lasciamo che sia Dio Padre a plasmarci con tutte e due le sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo.

(dalla “Lettera ai Cercatori di Dio” dei Vescovi italiani))

<<Se la contemplazione cristiana non può prescindere dalla Parola di Dio, anche il rosario, per essere preghiera contemplativa, deve sempre emergere dal silenzio del cuore come risposta alla Parola, sul modello della preghiera di Maria.
A ben vedere, il rosario è tutto intessuto di elementi tratti dalla Scrittura. C’è innanzitutto l’enunciazione del mistero, fatta preferibilmente con parole tratte dalla Bibbia.
Segue il Padre nostro: nell’imprimere alla preghiera l’orientamento “verticale”, apre l’animo di chi recita il rosario al giusto atteggiamento filiale, secondo l’invito del Signore: quando pregate dite: Padre….” (Lc 11,2).
La prima parte dell’Ave Maria, tratta anch’essa dal Vangelo, ci fa ogni volta riascoltare le parole con cui Dio si è rivolto alla Vergine mediante l’Angelo e quelle di benedizione della cugina Elisabetta.
La seconda parte dell’Ave Maria risuona come la risposta dei figli che, rivolgendosi supplici alla Madre, non fanno altro che esprimere la propria adesione al disegno salvifico, rivelato da Dio.
Così il pensiero di chi prega resta sempre ancorato alla Scrittura e ai misteri che in essa vengono presentati>> (Benedetto XVI)

Ricorrenze di Marzo

Santa Messa: OGNI GIORNO alle ore 18,30 (con i Vespri nei giorni feriali); DOMENICA e CAPODANNO: 10,00 - 11,30 - 17,00 e 18,30.

Salve Regina cantata: sabato e feste della Madonna, dopo Ia Santa Messa delle 18,30.

Santo Rosario: ore 18,00 .

Mercoledì carmelitano: ADORAZIONE EUCARISTICA, ore 19,00 .

Tutti i venerdì di Quaresima: Via Crucis, ore 19,00.

2a domenica, 14 Marzo: GIORNATA DI SPIRITUALITÀ, inizio ore 9,00 .

28 marzo: Domenica delle Palme, ore 11,00 Benedizione e processione delle Palme.

I riti della Candelora e delle Ceneri sono momenti molto significativi e suggestivi nel Cammino del popolo cristiano, che trova in Maria un aiuto efficace per vivere i santi misteri.
Giovanni Paolo II, infatti, considerava i santuari quali “case della Madre”: <<I Santuari Mariani sono luoghi che testimoniano la particolare presenza di Maria nella vita della Chiesa>>.
Ecco perché, nonostante la lontananza dai centri abitati il nostro Santuario ha visto tanti fedeli partecipare ai sacri riti.
Ma al di là da questi momenti è commovente vedere devoti che sostano silenziosamente davanti alla sacra immagine di Maria.
Essi avvertono che qui c’è una particolare presenza della Mamma celeste, con la quale si vive un intenso rapporto spirituale, intessuto d’amore, di parole e di silenzi; sicuri da essere da Lei guardati

Il 27 di ogni mese, fin dagli inizi, è stata una data cara ai devoti del Santuario, provenienti anche da paesi lontani. I più vengono con la propria auto o con la corriera, che percorre alcune strade della città; ma c’è anche un bel numero – a volte anche 70-80 che a piedi raggiungono il Santuario. Essi percorrono 7-8 chilometri, d’inverno e d’estate, con la pioggia e col sole cocente. Solo una forte motivazione di fede e di devozione li guida. Mi piace riportare quanto una di loro ha scritto in proposito.
Portare la bandiera è testimoniare la propria devozione a Maria Santissima; è un invito a percorrere la sua via; è pregare con tutta la persona in modo più completo:
Con la voce: pregando; con i piedi: camminando; con le mani: sgranando il Rosario. La bandiera, appoggiata alla spalla e portata per tutto il percorso, è un piccolo fioretto da deporre sull’altare delle offerte a Maria Santissima per Gesù.
Possiamo fare la nostra offerta associandoci spiritualmente a un ammalato, a un peccatore ostinato, a chi ha rotto con la Chiesa, con la vita religiosa…. A chi ha patito una forte ingiustizia, a chi improvvisamente si trova di fronte ad una maternità non voluta, a chi chiede al Signore il dono dei figli che non arrivano mai. Sarà come camminare e pregare per due.
Pregare, cantare, andare per tre, per quattro o come ci viene chiesto, vuol dire evidenziare con un ordine esteriore quello interiore. Portare la bandiera è anche richiamare l’attenzione delle persone distratte o incuriosite a meditare sul significato del pellegrinaggio. E’ un tacito invito ad associarsi all’andare composto dei fedeli pellegrini. Nell’offerta a Dio anche la testimonianza si fa sincera preghiera.

Il pellegrino che visita il Santuario, nota, ben visibile, poco distante, un grosso fabbricato. Cos’è, ci viene chiesto. Un ospizio? Un seminario? No. E’ la “Cittadella Mariana”, come sognata dai Servi della Madonna, e che si è potuta realizzare nell’anno giubilare del 2000. Essa accoglie, per lo più, gruppi ecclesiali e parrocchiali, frati e suore che intendono trascorrere giorni di ritiro o di studio.
La prossimità alla superstrada Bari – Brindisi – Lecce e la vicinanza all’aeroporto favorisce, certamente, l’accesso alla struttura. Ma, penso, che ad attrarre sia soprattutto il richiamo di Maria con la sua confortante presenza. E non va sottovalutato il clima di silenzio, il parco con il suo verde che circonda il Santuario, gli ampi parcheggi per le auto. Quanto cammino si è fatto con la benedizione di Maria e il contributo dei devoti.

12 febbraio 1963 - Illuminazione del muro - Dalla testimonianza del dottor Vito Pezzuto (medico dentista) e della moglie Anna Berti (insegnante di lettere):
“Ad un tratto la parete si illuminò di una luce intensa, bianca.
Secondo me nessuna torcia, né i fari abbaglianti di una macchina avrebbero potuto creare
quell’effetto.
Un bagliore intenso, come di un giorno estivo, forse anche di più.
La vista del fenomeno suscitò in tutti i presenti una certa emozione perché era inspiegabile. Non c’era assolutamente inganno.
Non può essere stato un fenomeno meteorologico”.
Anna Berti: “Io ero scettica, non ci credevo. Ad un certo punto vedo Teodoro D’Amici in ginocchio, sconvolto, che si copre il viso con le mani e dice:
Che luce! Che luce!” Anche altre persone che erano lì davanti a me si misero in ginocchio. Io restai in piedi.
Non vedevo nulla e forse pensavo che non ero degna. Mentre pensavo queste cose, vedo anch’io questo muro tutto illuminato.
Allora mi sono girata indietro e ho guardato attorno voltandomi completamente per accertarmi che non ci fosse qualcuno che lo stesse illuminando; mi sono girata, ho guardato da tutte le parti e non ho visto assolutamente niente e nessuno. Mi sono rigirata verso il muro e di colpo la luce è svanita.
Sono rimasta esterrefatta. Io non posso dire quale fosse la fonte di quella luce.
Il muro era illuminato, ma io non posso dire come questo fatto accadesse. La luce era molto forte, prendeva tutto il muro e solo il muro.
Il giorno dopo alcuni tecnici che lavoravano nello stabilimento petrolchimico della Montecatini, di propria iniziativa, tornarono per vedere se c’erano fi li nascosti o se il muro fosse stato spalmato con qualche sostanza fosforescente particolare”. (da “Il muro di Jaddico” di Dario Amodio, pag. 120)